Il capostipite dei Sarina, Andrea, nato a Lodi nel 1828, iniziò l’attività di burattinaio dopo una lunga prigionia in Austria, dovuta alla sua partecipazione alle Cinque Giornate di Milano. Improvvisava piccole rappresentazioni di strada con un solo personaggio; poi perfezionò la tecnica e scelse il repertorio dell’epos medievale, in particolare il ciclo carolingio.
Il figlio Antonio, nato nel 1857, ne migliorò notevolmente l’attività. La compagnia perfezionò le tecniche di rappresentazione e introdusse la musica all’inizio degli spettacoli. Tutti i membri della famiglia erano musicisti: Antonio suonava il flauto, la moglie Adele Palamede il banjo, il figlio Peppino la fisarmonica, la figlia Teresa la chitarra, l’altro figlio Andreino il violino. Andreino, morto nella prima guerra mondiale, fu anche buon pittore e inventore di personaggi.

La Famiglia Sarina
Peppino Sarina nacque a Broni nel 1884. Autodidatta, cominciò a scolpire burattini, dipingere scenari e cartelli, scrivere copioni, comporre opere musicali. Il repertorio venne ulteriormente arricchito, fino a comprendere oltre un centinaio tra rappresentazioni a cicli a prevalente carattere epico-cavalleresco e storico, drammi, commedie e farse. La sua opera più rilevante fu il ciclo carolingio dei Paladini e Reali di Francia che, diviso in puntate serali (fino a 120 consecutive), teneva una intera stagione nella stessa piazza. D’estate rappresentava nel cortile di casa a Tortona; d’inverno visitava il Tortonese e l’Oltrepo Pavese (Sale, Castelnuovo Scrivia, Viguzzolo, Molino dei Torti, Casei Gerola, Voghera, Stradella, Broni), accolto da vastissimo interesse. Il pubblico di Peppino Sarina era popolare (anche se seduti sulla stessa panca stavano spesso il proletario e il notabile, il commerciante e il contadino, l’artigiano e il marginale) e riproduceva, esaltandoli, i meccanismi di identificazione e mitizzazione tipici del coevo teatro dei burattini del Nord Italia.
Il principale merito di Peppino Sarina è stato quello di aver saputo trasferire a livello delle masse popolari urbane e rurali di un’ampia area omogenea per lingua e cultura, oltre alle grandi ricostruzioni storiche e derivate dalla produzione letteraria, soprattutto il corpus della grande tradizione letteraria cavalleresca culta, mediata dal suo teatro ricco di inserimenti fantastici.
L’esperienza dei Sarina, proprio per la sua strutturazione a carattere storico-didattico complessa, costituisce un unicum a livello della storia del teatro con figure dell’Italia settentrionale, soprattutto se considerata come espressione di un’area circoscritta e ben definita quale fu quella dei burattinai lodigiani. Con Enrico Vassura e Rosa Berni da una parte, e Rinaldo Eusobio dall’altra, infatti, i Sarina furono gli unici a mettere in scena i citati cicli cavallereschi, con essi promuovendo al contempo una riproduzione specchiata del teatro coevo dei pupi siciliani (e catanesi in particolare), col quale innumerevoli e decisivi furono i caratteri di affinità e contiguità (fonti testuali e figurative, tecniche della messinscena, dinamiche dello scambio teatro-platea, modelli di percezione e fruizione da parte del pubblico, ecc.).
Nel dopoguerra, in collaborazione col nipote Carlo Scotti, Peppino Sarina scrisse e mise in scena numerose opere teatrali, commedie musicali e operette. Dal 1958, anno della fine dell’attività, al 1978, anno della morte, continuò a lavorare dipingendo, suonando, studiando e ordinando il suo prezioso patrimonio, ora custodito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona.